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Rapiniamo il duce

Il grande colpo nella Milano del 1945

Diretto da Renato De Maria, regista di “La vita oscena”, “La prima linea” e la serie “Distretto di Polizia”, “Rapiniamo il duce” è il suo ultimo film uscito sulla piattaforma Netflix. Si presenta come una pellicola quasi storica, ricostruendo fatti realmente accaduti e ambientazioni realistiche, ma filtrati sotto una luce differente e a tratti più comica, allo scopo di osare su una narrazione più libera.

Nella Milano del 1945 ormai alla fine della guerra, ma devastata dai bombardamenti, una banda di piccoli malviventi cerca di sopravvivere arrabattandosi come può e sperando in un futuro di fuga dal Belpaese. Isola (Pietro Castellitto) è il capobanda, specializzato nel mercato nero, fidanzato con la cantante Yvonne (Matilda De Angelis) che anche lei sopravvive lavorando in un club e facendo da amante a Borsalino (Filippo Timi). Questo è il vero cattivo della storia, crudele e torturatore, sposato con la bella e spregiudicata Nora (Isabella Ferrari) che però è una diva in declino. La trama prende vita quando si presenta l’occasione del colpo grosso: rubare il ricco tesoro di Benito Mussolini, che è pronto a fuggire in Svizzera.

Non è, però, il corpo del Duce a spaventare, in quanto è messo com’è in secondo piano da questioni sentimentali e interessi mercantili. Ma è usato come prototipo da De Maria per la schiera di cattivi contro cui Isola e la sua squadra si dovranno confrontare per riuscire ad espugnare la cittadella in cui è depositata l’enorme ricchezza.

La squadra è completa con la silenziosa Coco Rebecca Edogamhe, che può infilarsi dappertutto, di cui è innamorato Marcello (Tommaso Ragno) complice storico di Isola insieme a Amedeo (Luigi Fedele), il folle Molotov, l’esperto di bombe, interpretato da Alberto Astorri e il pilota più famoso al mondo Denis Fabbri Maccio Capatonda, che rappresenta l’automobile sempre pronta per la fuga.

Tra heist movie e commedia d’azione, con l’aggiunta di spezzoni a grafic novel e fumetti, “Rapiniamo il duce” decide di stare a metà moltiplicando le citazioni cinematografiche e soffermandosi sulle caratterizzazioni dei personaggi più che sui meccanismi narrativi relativi alla realizzazione del colpo. Il regista cerca di evitare di appesantire la trama con la drammaticità del periodo, senza però renderla un mero sfondo.

Le ambientazioni, la fotografia e il montaggio, infatti, sono ciò che più spicca durante il film. I dettagli negli sfondi, sia degli interni sia degli esterni, i colori, le sfumature, sono finezze che premiano la pellicola che resta per la maggior parte della storia molto scura.

Un plauso va soprattutto agli arrangiamenti musicali, dalla sequenza di apertura di Massimo Ranieri, con “Se bruciasse la città”, fino alle cover di “Paint it Black” dei Rolling Stones e “Amandoti” di Gianna Nannini. Tre brani che spezzano le regole con cui questo film sarebbe dovuto essere stato scritto, parlando di fascismo e altre orribili storie.

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